La crisi dell’olio in Puglia ricade sulle tavole dei consumatori

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puglia (cartina con puntini)

I dettagli

BARI – In Puglia la crisi dell’olio d’oliva sta mettendo in ginocchio migliaia di produttori. Un problema che si riflette anche sul consumatore, il quale rischia di vedere sugli scaffali dei supermercati sempre più oli di provenienza straniera e non tracciabili. Così le famiglie pugliesi che vivono in città, sebbene abbiano a pochi chilometri da casa tra le migliori olive d’Europa, sono sempre più costrette a comprare oli stranieri.

Gli effetti dell’annata 2019, caratterizzata da un basso prezzo al produttore, stanno ricadendo sugli imprenditori agricoli pugliesi ai quali, in alcuni casi, non è convenuto raccogliere le olive, sebbene fossero di alta qualità.

«I prezzi bassi di mercato non consentono la copertura dei costi di produzione», spiega il presidente di Confagricoltura Puglia Luca Lazzàro. «I costi di produzione sono altissimi se si tiene conto che in Italia i prezzi dell’energia e dei carburanti, sebbene agevolati in agricoltura, sono tra i più alti in Europa».

«Serve un urgente cambio di passo – sollecita Lazzàro – La produzione olivicola in Puglia non può essere sostenuta solo dai fondi comunitari, servono interventi dello Stato e della Regione per il rilancio del settore». «Come servono politiche innovative: in Italia si attende da sempre un Piano Olivicolo, nel frattempo in Spagna ne sono stati varati ben cinque».

Nel 2020 il calo delle quotazioni all’origine di tutti gli oli di oliva, compreso l’extra vergine, è di oltre il 30/35 per cento rispetto a gennaio dello scorso anno.

Ai produttori italiani di olio extravergine d’oliva sono entrati in media 3, 59 euro per chilo di prodotto venduto, contro i 5,41 euro del 2018. Un importo che Confagricoltura Puglia stima al ribasso per i produttori pugliesi che hanno visto per ogni chilo d’olio cifre molto più basse, anche del 30% rispetto alla media nazionale. In Puglia si sono registrati picchi negativi anche di 2, 80 euro al chilo, Iva inclusa. La somma quindi non permette di sostenere i costi di mantenimento degli uliveti, di raccolta e dei frantoi, tantomeno in Puglia. I costi di produzione medi in Italia per un chilo di olio sono di 3, 95 euro: molto al di sopra del costo di mercato.

La differenza con altri paesi concorrenti è enorme.

Produrre un chilo d’olio in Marocco costa 1,91 in Spagna 2, 75 in Grecia 2,47 euro. «In ampie zone della Puglia – sottolinea Luca Lazzàro – oltre ai problemi di mercato, pesa la Xylella, ed è pesata la grandinata 2018, fattori che rischiano di cancellare un importante settore economico locale e un’attrattiva turistica unica: gli scenari mozzafiato dati dagli uliveti secolari. La zona rurale della nostra regione va completamente ricostruita e ammodernata nel rispetto della tradizione, solo così può diventare un importante volano economico e offrire anche occupazione giovanile».

Secondo uno studio specifico di Confagricoltura, la riduzione dei costi richiede necessariamente anche un ammodernamento strutturale che deve essere inserito fra le priorità politiche per il settore.

«Occorre contrastare – precisa lo studio di Confagricoltura – la politica fortemente aggressiva di alcune insegne della grande distribuzione organizzata che offrono sullo scaffale oli anche extravergine di oliva a un prezzo costantemente al di sotto del costo di produzione. La grande distribuzione sta indebolendo fortemente l’immagine del prodotto presso i consumatori e favorisce indirettamente una flessione al ribasso delle quotazioni».

Sui produttori di olio di oliva extravergine pesano, tra l’altro, l’assenza di controlli su quello che arriva negli scaffali e alcuni meccanismi che piacciono tanto alle multinazionali del cibo ma penalizzano l’alimentazione mediterranea.

«I prezzi al consumatore – dice Lazzàro – sono ampiamente inferiori ai costi di produzione, siamo certi che tali oli siano veramente “extra” o ne hanno solo la scritta in etichetta? La vendita sotto costo nei supermercati di oli extravergini d’oliva svilisce il prodotto, che così perde il grande valore alimentare che possiede. L’olio buono e nello stesso tempo a basso, se non bassissimo costo, non esiste. Il consumatore deve sapere che se compra un olio economico sta comprando solo un condimento lipidico e non un alimento in grado di favorire, come certificato dall’Autorità europea per la sicurezza alimentare, la prevenzione di patologie».

Oggi si registra una grande pressione da parte delle multinazionali sull’introduzione del Nutri-score, una sorta di “semaforo” sviluppato in Francia che assegna 5 diversi “bollini”(rosso, arancione, giallo, verdino, verde) ai cibi, sviluppato da un pool di ricercatori francesi.

«Il semaforo in etichetta – precisa il presidente di Confagricoltura Puglia – è fuorviante e avrebbe effetti negativi per gli agricoltori e per le stesse famiglie italiane. Il messaggio che arriverebbe ai consumatori è che alcuni prodotti facciano male a prescindere. Ciò, mettendo sullo stesso piano alimenti molto diversi, a discapito delle eccellenze della dieta mediterranea e in primis proprio l’olio extravergine di oliva».

Tra gli strumenti intravisti da Confagricoltura a sostegno del settore vi sono nuove politiche innovative e – nell’immediato – l’aiuto all’ammasso privato di olio d’oliva. La misura di sostegno economica della UE potrebbe consentire di alleviare la pressione e riequilibrare il mercato.

«I produttori, soprattutto quelli pugliesi, oggi, hanno bisogno di misure funzionali alla stabilizzazione del mercato. È importante – conclude il presidente di Confagricoltura Puglia – che la Commissione Europea consideri d’intervenire in modo sostanziale con l’aiuto all’ammasso anche sull’olio extravergine d’oliva italiano. Fino a oggi, la maggior parte delle gare per l’ammasso privato (circa tre ogni 4 domande presentate) sono state gestite dagli spagnoli per oli di bassa qualità».