Morte di Antonio Cosimo Stano. Di Gioia: “Un blackout sociale che coinvolge tutti”

antonio di gioia

Il Presidente dell’Ordine degli Psicologi della regione Puglia, Antonio Di Gioia, interviene sul caso di Manduria: “Per i ragazzi deve essere momento di crescita, ma la comunità si interroghi”

MANDURIA (TA) – Dopo i fermi di otto dei ragazzi indagati per le violenze subite da Antonio Cosimo Stano, il pensionato di Manduria morto dopo alcuni giorni di agonia in ospedale, e dopo la conferenza stampa tenutasi in Questura, la storia ha assunto dettagli più chiari. Antonio è morto con un senso soffocante di solitudine che lo opprimeva. Viveva nel terrore delle angherie perpetrate di continuo nei pressi della sua abitazione da ragazzi che documentavano e condividevano tutto sui social. Video che buona parte della comunità messapica aveva visto o di cui era a conoscenza. “Oggi i riflettori sono puntati sui ragazzi, sugli indagati per la morte di Antonio Cosimo Stano“, dice Antonio Di Gioia, presidente dell’Ordine degli Psicologi della regione Puglia. “La giustizia ora decreterà la verità su quanto accaduto comminando la pena opportuna per i reati commessi dai giovani. Ma dovremmo spostare l’attenzione sul contesto ed accettare il punto di rottura sociale creatosi“.

Se fallimento educativo c’è stato, questo fallimento riguarda tutti noi e può essere risolto solo con uno sforzo comune” dice la segreteria dell’Ordine, la dottoressa Giovanna Teresa Pontiggia: “La formazione educativa di questi ragazzi non ha avuto un blackout solo nel rapporto con i genitori. Quella parte di cittadinanza messapica che ha preferito tacere con discrezione, anzi, indifferenza, è parimenti coinvolta“.

La famiglia, il nucleo famiglia in quanto tale, può essere fragile ed incapace di riconoscere alcune devianze. Il senso di genitorialità invece dovrebbe coinvolgere tutta la comunità, le agenzie educative che i nostri ragazzi incontrano nel loro percorso di vita: dalla scuola al mondo associativo, passando anche per i mass media. Chiediamoci perché chi sapeva, non si sia riconosciuto responsabile delle azioni di quei ragazzi. È un upgrade culturale di cui abbiamo urgente bisogno” chiude Antonio Di Gioia.